Camminare ci mette sulla verticale dell’asse della vita. Così mi dicevo come un mantra. Lo ripensavo mentre camminavo in tutta fretta e di quando in quando accennavo un trotto, senza mai rompere in una corsa vera e propria.
C’era qualcosa quel giorno che mi guidava, una sorta di immagine dinanzi allo sguardo che si frapponeva tra me e il mondo.
Passai il ponte e anziché seguire la strada a gomito che portava al porto e alla piazza, mi avviai lungo il sentiero che sbucava ai capanni della ferrovia.
Mi incamminai lungo un marciapiede vuoto, dietro un muro basso di mattoni. Non c’era nessuno in giro che potesse indicarmi la strada, ma c’erano dei vagoni merci dalla vernice color verde oliva che non dimenticherò mai perché riuscii a percepire un netto sentore di viola, di frutta nera, ciliegie e spezie.
I carri, tutti in ordine e a balestre laminate, erano pieni di casse di Nero di Troia.
Stordito dal caldo, dal sole a picco, avanzai a passi lenti e mi sentii inebriato. Curvai le spalle e assunsi un’aria inquieta. Le passioni non sono cosa da poco.
L’orologio, proprio in quell’esatto momento, batteva il tocco del quarto. Mezzogiorno e un quarto.