Fenici e vino in Sardegna

Quando le prime navi fenicie apparvero all’orizzonte delle coste sarde, alla fine del IX secolo avanti Cristo, nessuno poteva immaginare che quelle vele avrebbero cambiato per sempre il destino dell’isola. Non portavano eserciti conquistatori, ma qualcosa di più potente: una nuova idea di ciò che significava essere nobili, potenti, degni di essere ricordati.

I mercanti di Tiro erano maestri nell’arte della diplomazia. Quando i loro battelli attraccarono nei golfi di Cagliari, Oristano e Alghero, sapevano esattamente cosa fare. Non imposero, non pretesero. Offrirono doni. E tra quei doni, servito in coppe preziose secondo un cerimoniale antico quanto le stelle, c’era il vino.
I capi nuragici che controllavano quelle coste erano uomini pragmatici. Conoscevano il commercio, avevano visto altre genti attraversare i loro mari. Ma questo rituale era diverso. Quando un mercante fenicio versava il vino scuro in una coppa baccellata, quando lo offriva con gesti misurati e solenni, stava offrendo molto più di una bevanda. Stava offrendo un modo di essere.
In quel vino aromatizzato con spezie rare, in quelle cerimonie codificate, le élite nuragiche riconobbero qualcosa che desideravano profondamente: un linguaggio universale di potere, una chiave per entrare nel grande teatro del Mediterraneo.

A Sant’Imbenia, sulla costa nord-occidentale, accadde qualcosa di straordinario. I Fenici non si limitarono a commerciare: vennero accolti nel villaggio. Costruirono le loro botteghe accanto ai nuraghi. E lì, sotto gli occhi attenti degli artigiani locali, iniziarono a plasmare l’argilla in forme mai viste prima.
Nascevano le anfore. Alte, panciute, perfette per essere stivate nelle stive delle navi. Gli anziani del villaggio le guardavano scettici: perché mai abbandonare le giare tradizionali? Ma i giovani capivano. Quelle anfore parlavano una lingua che il mondo intero comprendeva. Il vino contenuto in quelle forme avrebbe viaggiato fino a Cartagine, fino alle coste di Spagna. Il loro vino, il vino sardo, sarebbe diventato famoso in terre lontane.
Le vigne si moltiplicarono. A Genna Maria di Villanovaforru, nei villaggi dell’interno, furono costruite le prime vere strutture per la vinificazione. Vasche scavate nella marna, canali per far scorrere il mosto, pressoi di pietra. La Sardegna stava diventando una terra del vino.

Ma era nelle cerimonie che il vino rivelava il suo vero potere trasformatore.
Nel tempio a pozzo di Santa Anastasia, a Sardara, durante il IX secolo, si celebravano banchetti che sarebbero rimasti leggendari. Nella “sala del consiglio”, i capi si riunivano circondati da splendidi manufatti in bronzo: bacili con anse a fiore di loto, situle preziose con decorazioni che mescolavano simboli nuragici e orientali.
Al centro di tutto, una figura enigmatica: un bronzetto che rappresentava un personaggio seduto, nudo, in posizione itifallica, che portava alla bocca una tazza. Non era un uomo qualunque. Forse un dio, forse un eroe mitico. Ma il messaggio era chiaro: chi beveva vino in quelle sale non era più un semplice mortale. Diventava partecipe del divino, erede degli eroi.

Fu allora che giunsero dall’Oriente le coppe più preziose: le patere baccellate. Venivano dalle corti degli imperatori assiri, dove solo il re e la regina potevano bere vino aromatizzato in quelle coppe dal profondo solco circolare. Quel solco non era decorativo: serviva a raccogliere le spezie macinate che venivano mescolate al vino, creando un nettare degno degli dèi.
A Pattada, un capo sardo ricevette in dono una di queste patere. La guardò rapito. Sulla sua superficie lucente vedeva riflesso non solo il proprio volto, ma un nuovo sé: un pari dei grandi re del Mediterraneo. Fece aggiungere una catenella, lavorata dai suoi artigiani, per poterla appendere. Era sua, ma portava con sé l’eco delle corti lontane.

Quando un guerriero di San Giorgio di Portoscuso morì, nel secondo quarto dell’VIII secolo, i suoi compagni sapevano esattamente come onorarlo.
Cremarono il suo corpo secondo l’uso fenicio. Ma le ceneri non furono poste in un’urna qualunque. Scelsero un’anfora da vino, quella che lui aveva forse portato nelle sue spedizioni per mare. La sigillarono con una coppa rovesciata. Accanto, posero la sua brocca, quella con cui aveva versato il vino nei banchetti dove si decidevano alleanze e destini.
E posero la sua lancia e il puntale di ferro. Perché quell’uomo non era vissuto in modo ordinario. Aveva vissuto in modo eroico. Aveva bevuto il vino degli eroi, condiviso le coppe con compagni venuti da terre lontane, parlato la lingua universale del prestigio.
Meritava di essere ricordato.

Sulla collina di Monte Sirai, nel sacello che dominava la valle, restavano due piccoli bronzi: un uomo seduto che versava vino da una brocca askoide in una scodella, e accanto a lui un suonatore di lira.
Un tempo facevano parte di un unico bacile rituale. Durante le cerimonie, quando il sole tramontava sul mare e le ombre si allungavano sulle pietre antiche, il sacerdote versava il vino in quel bacile. E mentre la musica risuonava, i presenti vedevano quelle figurine danzare nel riflesso liquido.
In quel momento non erano più sardi o fenici. Erano qualcosa di nuovo, nato dall’incontro di due mondi. Erano sardo-fenici. E il vino che bevevano insieme era il suggello di questa nuova identità, destinata a durare per secoli.

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