La viticoltura specializzata, intesa come presenza privilegiata della vite in un vigneto, è testimonianza recente e s’identifica solamente con l’ultimo periodo di questa coltura che viene definita postfilosserica.
È infatti la fillossera, afide di origine americana, a sovvertire il modo di coltivare la vite alla fine dell’Ottocento in tutta Europa, costringendo i viticoltori all’innesto su piede americano delle varietà di vite europea e provocando in questo modo la renaissance della viticoltura nel vecchio continente.
Un ulteriore spartiacque tra le modalità arcaiche di coltivazione e la viticoltura attuale è rappresentato dall’arrivo di altre due malattie di natura fungina, l’oidio e la peronospora, che obbligarono i viticoltori a intervenire in modo periodico con prodotti antiparassitari nel corso dello sviluppo annuale della vite.
Prima di questi eventi significativi la vite si allevava — a seconda del clima degli ambienti di coltivazione — assieme ad altre colture spesso erbacee e qualche volta arboree in modo promiscuo, ovvero alternando filari di vite a tratti più o meno estesi di coltivazione erbacea.
Fino alla grande trasformazione del paesaggio agricolo italiano, avvenuta attorno agli anni Sessanta, si potevano distinguere due tipi di vite: quella “maritata” — diffusa in Italia dai paleoliguri e dagli etruschi, chiamata nell’Italia settentrionale “alteno” (da vigna alta o hautins in francese) o “piantata” nella pianura padana orientale, che utilizzava come tutori olmi, gelsi o frassini — e quella “a basso ceppo” o “a cespuglio” — diffusa soprattutto in collina o nelle regioni meridionali — .